Storia della gomma: dalle origini a noi

Tocchiamo la gomma decine di volte al giorno senza farci caso: la guarnizione della moka, gli pneumatici, il tubo dell’acqua in giardino, le manopole della bici. Eppure dietro questo materiale c’è una storia lunga cinque secoli, fatta di esploratori, scoperte casuali, intuizioni geniali e inventori finiti in miseria. E per chi, come noi, trasforma elastomeri dal 1947, è anche un modo per raccontare le proprie radici.

Prima dell’Europa: il lattice delle civiltà americane

Molto prima che le navi europee attraversassero l’Atlantico, le popolazioni dell’America centrale e meridionale conoscevano già il caucciù. Incidendo la corteccia di alcune piante sgorgava un liquido bianco e denso: in Amazzonia si ricavava dalla Hevea brasiliensis, in Mesoamerica dalla Castilla elastica. Una volta essiccato, quel lattice diventava flessibile, impermeabile, sorprendentemente resistente.

Gli usi erano tanti, ma uno in particolare colpì gli osservatori dell’epoca: le palle. Maya e Aztechi le impiegavano in un gioco rituale disputato in campi di pietra, dove l’obiettivo era far passare la sfera attraverso un anello fissato in alto sulle pareti. Secondo alcuni studi archeologici, gli artigiani mesoamericani avevano già imparato a migliorare le proprietà del lattice mescolandolo al succo di una pianta rampicante. Era una prima, rudimentale forma di formulazione, circa tremila anni prima dei laboratori moderni.

Un umanista lombardo tra i primi a raccontarla

Tra i primi europei a descrivere questo materiale c’è un uomo del Lago Maggiore: Pietro Martire d’Anghiera, nato ad Arona nel 1457 da una famiglia originaria di Angera, sulla sponda varesina. Diplomatico e umanista alla corte dei Re Cattolici di Spagna, conobbe Cristoforo Colombo di ritorno dal primo viaggio e per anni raccolse le testimonianze di navigatori ed esploratori.

Le sue cronache confluirono nel De Orbe Novo, la cui prima parte uscì a Siviglia nel 1511. Tra le meraviglie del Nuovo Mondo compaiono anche quelle strane palle che, lanciate a terra, rimbalzavano in alto.

Due secoli di tentativi e una gomma per cancellare

Arrivato in Europa, il caucciù suscitò curiosità ma per molto tempo nessuno riuscì a trovargli un impiego concreto. Il nome stesso, secondo la tradizione, deriva da un’espressione indigena traducibile come “legno che piange”, un’immagine perfetta per la resina che stilla dalla corteccia ferita.

La prima applicazione pratica arrivò quasi per caso: nel 1770 il chimico inglese Joseph Priestley notò che strofinando un pezzetto di quella sostanza su un foglio si cancellavano i segni della matita. Nacque così la gomma per cancellare, e con lei il termine inglese rubber, da to rub, “strofinare”.

Nei decenni successivi si moltiplicarono gli esperimenti. Nel 1823 lo scozzese Charles Macintosh brevettò un tessuto impermeabile ottenuto stendendo il lattice sciolto in un solvente tra due strati di stoffa. Il problema, però, restava sempre lo stesso: d’estate i manufatti diventavano appiccicosi e maleodoranti, d’inverno rigidi e fragili. L’entusiasmo iniziale sembrava destinato a spegnersi.

1839: la scoperta della vulcanizzazione

La svolta porta la firma di Charles Goodyear, inventore americano che aveva dedicato anni e ogni suo risparmio alla ricerca di un modo per stabilizzare il caucciù. Sapeva già che aggiungere zolfo migliorava il risultato, ma il passaggio decisivo avvenne quando un campione trattato finì a contatto con una stufa calda. Invece di sciogliersi, il materiale si era trasformato: più compatto, elastico, finalmente stabile.

Goodyear capì che servivano entrambi gli ingredienti, zolfo e calore, per far compiere alla resina il salto da uno stato plastico a uno elastico. Ottenne il brevetto negli Stati Uniti nel 1844, ma in Inghilterra fu preceduto da Thomas Hancock, che aveva studiato alcuni campioni americani e depositato la propria richiesta qualche mese prima. Il processo prese il nome di vulcanizzazione, in onore di Vulcano, dio romano del fuoco. Goodyear morì nel 1860 pieno di debiti, senza vedereil successo planetario della sua intuizione.

Ancora oggi la vulcanizzazione è il principio alla base della trasformazione della gomma.

Dalle piantagioni agli elastomeri sintetici

Nella seconda metà dell’Ottocento la domanda esplose: prima con le biciclette, poi con l’automobile, che avrebbe reso pneumatici, tubi e guarnizioni indispensabili. Il Brasile deteneva di fatto il monopolio della materia prima, finché gli inglesi trasferirono la coltivazione dell’Hevea nelle colonie del Sud-est asiatico e i francesi in quelle africane, cambiando per sempre la geografia di questo mercato.

Negli anni Trenta del Novecento fu la chimica a scrivere il capitolo successivo. In Germania nacquero i primi elastomeri sintetici, materiali con proprietà simili al caucciù naturale ma ottenuti in laboratorio. Da quel momento le famiglie di elastomeri si sono moltiplicate, ciascuna pensata per resistere meglio a temperature estreme, oli, agenti chimici o usura.

Oggi: un materiale, centinaia di mescole

Il lattice della Hevea brasiliensis è ancora largamente impiegato, ma accanto a lui esistono centinaia di composti elastomerici progettati per esigenze molto diverse. Ogni componente nasce da una mescola, una vera e propria ricetta che determina come il pezzo si comporterà una volta in opera.

Come si sceglie l’elastomero giusto e quali tecnologie servono per trasformarlo? Ne parleremo nel prossimo articolo, dedicato allo stampaggio della gomma.

È qui che la storia generale incrocia la nostra. Sandro Mentasti nasce nel 1947 a Varese, in una cantina, trasformando i ritagli delle suole recuperati in bicicletta nel distretto calzaturiero di Vigevano. Da allora l’azienda accompagna l’evoluzione di questo materiale, dai laboratori del dopoguerra all’industria di oggi. Se vuoi conoscere tutte le tappe di questo percorso, leggi la storia di Sandro Mentasti.

Perché un buon prodotto non è frutto del caso, ma sinergia della materia prima con il processo di trasformazione e con l’Uomo.

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